Durante tutti questi racconti vi ho parlato di ciò che immagino io davanti a uno scatto, di ciò che vede Red nel momento in cui fotografa, di quello che cerca di mostrare e del modo in cui sogna il suo mondo tra le montagne.
Questa volta, però, vorrei fare qualcosa di diverso.
Prima di raccontarvi dove sono finiti i miei occhi, vorrei che lasciaste vagare i vostri.
Guardate questa fotografia. Guardatela davvero.
Chiunque dica di vedere soltanto delle montagne, mente. Mente spudoratamente.
Ci sono figure nascoste tra quelle cime. Sono lì, perfettamente disegnate dai profili della roccia e da quel delicato confine tra luce e ombra che attraversa lo scatto. Una volta scoperte, diventa quasi impossibile non vederle.
Forse perché, a volte, la distanza tra ciò che è reale e ciò che appartiene alla nostra immaginazione è talmente sottile da non riuscire più a distinguerne i confini.
E a me piace pensare che un mondo capace di custodire tanta meraviglia non possa essere privo di misteri.
Ed eccolo lì. Il mistero di questa fotografia. O, forse, il mistero che la fotografia di Red è riuscita finalmente a svelare.
Un gigante.
Immenso, antico, ormai diventato un tutt’uno con la montagna. Riposa nel suo giaciglio di pietra e neve, come se fosse lì da sempre.
La sua enorme testa è adagiata sulla Dent Blanche. Le mani sono giunte sulla pancia e le gambe si distendono verso il Cervino.
Dormiva davanti ai nostri occhi e nessuno lo aveva mai visto.
Sono state le ombre a rivelarlo.
Ed è forse proprio questo uno dei poteri più affascinanti della fotografia: la luce non sempre svela e l’ombra non sempre nasconde. È nel loro incontro, nel perfetto equilibrio tra ciò che viene illuminato e ciò che rimane oscuro, che a volte compare qualcosa che prima sembrava non esistere.
Red ha fatto esattamente questo.
Ha intrecciato luce e ombra, bianchi, neri e grigi e, senza saperlo, ha portato alla luce ciò che la montagna custodiva gelosamente. Uno dei suoi segreti più antichi.
I Giganti che hanno creato queste montagne sono ancora qui.
Riprendete ora la fotografia e guardatela ancora una volta.
Il gigante che riposa in primo piano non è solo. Spostate lo sguardo verso sinistra, fino all’ultima cresta, quella più lontana, nascosta dietro tutte le altre. Anche lì la montagna cambia forma. Dalla roccia emerge il profilo di un volto.
Un altro gigante. Forse dorme. Forse osserva. Forse veglia semplicemente su ciò che ha creato.
Non sapremo mai se siano stati i nostri occhi a trasformare le montagne in giganti o se, per un istante, siano state le montagne a decidere di mostrarci ciò che sono davvero.
Ed è proprio questo il confine che amo.
Quello in cui una fotografia smette di essere soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi e diventa ciò che siamo capaci di immaginare.
Da quel momento, almeno per me, quelle montagne non sono più soltanto montagne.
Sono vive. Sono popolate. E da qualche parte, tra la roccia, la neve, la luce e l’ombra, ci sarà sempre qualcuno a vegliare su di loro.
